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Mercoledì 26 Febbraio
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Pensioni, la Consulta nega rimborsi e arretrati: ecco quali saranno gli effetti dopo la pronuncia

Il meccanismo che è stato introdotto nel 2023 non riconosce una totale indicizzazione a tutte le pensioni: ecco cosa ha deciso la Corte Costituzionale

Pensioni, la Consulta nega rimborsi e arretrati: ecco quali saranno gli effetti dopo la pronuncia
Pensioni, la sentenza della Consulta che penalizza molti pensionati

Per effetto di questa sentenza chi ha perso denaro con il nuovo meccanismo di perequazione non potrà recuperare più nulla

Il taglio della rivalutazione delle pensioni è compatibile con i dettami della Costituzione. La Consulta, con questa sentenza, ha salvato sostanzialmente il governo da una situazione imbarazzante che l’avrebbe costretto a dover mettere mano al portafogli per rimborsare una vasta platea di pensionati che dal 2023 al 2024 non hanno percepito le maggiorazioni dovute al maggior costo della vita. Ovviamente, questa sentenza va a discapito dei tanti pensionati che invece si aspettavano dei rimborsi e degli arretrati.

Le conseguenze della pronuncia

Con questa sentenza la Corte Costituzionale ha sancito che non sussiste alcun profilo di illegittimità nella norma che ha penalizzato le pensioni di importo elevato con la mancata indicizzazione. Chi ha perso denaro, dunque, non recupererà nulla. Pertanto, per effetto della pronuncia della Consulta, sono stati ritenuti perfettamente legittimi i meccanismi di rivalutazione delle pensioni tra il 2023 e il 2024, dando legittimità al meccanismo della perequazionestrutturata su scaglioni fissi.

Come funziona il nuovo meccanismo

Il meccanismo che è stato introdotto nel 2023 riconosce una totale indicizzazione per tutte quelle pensioni pari a 4 volte il trattamento minimo, mentre l’adeguamento viene tagliato del 15% del suo valore per le pensioni tra 4 e 5 volte il minimo. La percentuale riconosciuta scende al 54% per le pensioni tra 5 e 6 volte il minimo e al 47% per le pensioni tra 6 e 8 volte il minimo. La struttura a scaglioni prevede una ulteriore decurtazione al 37% per le pensioni tra 8 e 10 volte il minimo fino al 22% per le pensioni sopra 10 volte il minimo.

A quanto ammontano le perdite per i redditi più alti

La struttura progressiva è imperniata proprio sul trattamento minimo Inps che nel 2023 ammontava a 563,74 euro e che poi ne 2024 è salita a 598,61 euro, per poi balzare a 603,40 euro nel 2025. Considerato l’elevato tasso di inflazione del 2023, soprattutto le pensioni più alte hanno visto perdere il proprio potere d’acquisto. Per fare un esempio pratico, con l’aumento proporzionato al tasso di inflazione che nel 2023 è stato dell’8,1%, una pensione di importo pari a 5.700 sarebba salita a 6.161 euro al mese. Applicando il solo 32% dell’8,1%, una pensione di 5-700 euro è salita solo di 148 euro mensili, balzando a 5.848 euro mensili, con una perdita secca di 313 euro al mese. La Corte Costituzionale, con questa sentenza, ha seguito la strada della maggiore equità sociale ritenendo più facile, per chi percepisce pensioni alte, riuscire ad ammortizzare il maggior costo della vita.

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Marco Antonio Tringali

Coltivo da anni la passione per la scrittura e per i social network. La ricerca della verità, purchè animata da onestà intellettuale, è una delle mie sfide. Scrivo da diversi anni per importanti siti di informazione che mi danno l'opportunità di dare sfogo alla mia passione innata per il giornalismo.

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